giovedì 9 settembre 2010

Strada facendo il Ponte si è perso Le Città dello Stretto

di Luciano Marabello

“Talvolta lo stretto di Messina puo diventare oceano incalcolabile, Sicilia e Calabria come due persone che si sfiorino, restando dentro di sé remote; due cose contigue ma lontanissime, nella dimensione dell’essere. Vien voglia nella mente, di allontanare con grande stacco queste cose per sancire topograficamente una realtà spirituale, oppure di violentare quest’ultima saldando l’una costa all’altra, pur di uscire dall’inquietudine, di rompere l’enigma. La “rema” montante che la Sicilia indirizza verso la Calabria, e la” rema scendente”che segue la rotta inversa, sono fasci alterni di energie che le due terre si scambiano attraverso lo stretto. Come le braccia di due corpi che si respingono; non ostili ma desiderosi di distanza”.

Bartolo Cattafi, Lo stretto di Messina e le isole Eolie, Roma 1961


POST-URBANITA’ E POST-DEMOCRAZIA.

Lo sfiorarsi senza toccarsi di Sicilia e Calabria ha generato un luogo enigmatico ed energetico che si chiama Stretto, luogo non esaustivo e non univoco, doppio nel suo abitare e vivere urbano ma quasi mai speculare. L’Utopia riproposta in questi anni da alcuni rappresentanti degli enti locali o dei media è la fondazione della Citta-Stretto derivabile dalla costruzione del ponte. Un’Utopia che forse proviene da un tempo già superato, il tempo in cui l’idea positiva di città e la potenza espansiva della metropoli del XX secolo, avevano valori riconosciuti e sperimentate scienze pianificatorie; un’asserzione di città, e di modelli di urbanità che coincideva con l’idea di democrazia tradizionale.Il tempo delle attuali città post-metropolitane è il tempo di un’urbanità che disperde nel costruito e nella sua indefinitezza formale tante delle ipotesi utopiche e pragmatiche di democrazia. Post-urbanità e Post-democrazia appaiono sul XXI secolo concetti veloci e rapidi e in corso di progressiva legittimazione: le espansioni di città, deregolate nel costruirsi per singoli pezzi ed enclavi, accontentano molte necessità individuali (o di micro-comunità) comprimendo e smarcandosi dagli strumenti di controllo e partecipazione e strutturando ineluttabili oligarchie economico-politiche. In parallelo all’impossibilità’ di governare forma e confini della “citta” si rafforzano metodi alternativi e velocizzati di decisione e di pratica amministrativa, (leggi speciali e d’obiettivo, accordi di programma, etc.) forme di Potere Speciale sul territorio (commissari, commissioni, concessionari di poteri pubblici) che sostituiscono, surrogano, cambiano tutte le “ vecchie regole” di democrazia e di equilibrio considerate di per sé ostative alle trasformazioni. Sembra non si esca dalla strettoia: o la pachidermica e inefficiente burocrazia “democratica” o la funambolica semplificazione a tutto campo delle “oligarchie speciali”.


COMUNITA’ DELLO STRETTO

Intorno all’apparire del Potere Speciale che svilupperà tutte le fasi della progettazione e della costruzione del Ponte, si veicola localmente e distrattamente, il desiderio e la futura realizzazione di una nuova Comunità dello Stretto; idea geosociale, oggetto utopico, simbolo letterario, compenso di natura antropica e poi economica posta a giustificazione del pesante impatto urbano, sociale e ambientale del manufatto.Nel lungo processo politico e tecnico del ponte, nei Territori dello Stretto non si sono avuti segnali concreti di sperimentazione di questa presunta Comunità. Le popolazioni insediate sullo Stretto non hanno fatto alcun passo in questo senso per strutturarsi come unione, anzi passivi, attendono il ponte quasi come l’atto fondativo, al fine di compiersi come Comunità.Io non so se una nuova Comunità conurbata discende da un Ponte Autostradale Transnazionale o se inversamente, un ponte come oggetto infrastrutturale è di solito generato dalle relazioni complessive e dagli interessi di una Comunità. La Comunità presunta è per di più complicata da caratteri identitari non riassumibili a unicum e non ha trovato in quel braccio di mare, cioè fuori dai vincoli identitari delle Terre urbanizzate, la ragione poetica e fisica della costruzione di una nuova libera e futura identità . Ma il Ponte sullo Stretto ambiguamente gioca su un doppio tavolo: appare come oggetto di scala sovranazionale per la connessione di un corridoio europeo, e insieme si presenta ruffianamente, alla scala propagandistica locale, come link e starter dei processi di sviluppo economico e sociale fra le citta e gli insediamenti esistenti. Una struttura pesante cui aggrappare tutti sogni di ricchezza dei territori, cui delegare, come già accade da un tempo infinito, il destino di tante persone di varie generazioni. In un meccanismo seducente e strozzante si costruisce una bolla di attesa che da anni ha consentito tutte le variabili urbane e territoriali non approfondendone nessuna, paralizzando legalmente alcune porzioni di citta e consentendone, di fatto, illegalmente la sua costruzione pulviscolare.


LA BIGNESS COME UN’ATTESA DI MERAVIGLIA

In genere le infrastrutturazioni pesanti dei territori forzano le relazioni con il suolo, rinunciando il piu’ delle volte alla relazione con la storia e la geografia dei sistemi insediativi, in questo caso, l’infrastruttura “aggraffa” con un ponte le due terre separate di Sicilia e Calabria; il suolo, nei suoi caratteri antropogeografici e insediativi, scompare per attendere la bigness dell’opera. Una bigness che appare senza una Comunità di riferimento e si svincola dai processi e dalle relazioni capaci di conformare e inquadrare la grande dimensione su uno sfondo compatibile.Sullo Stretto epico si affaccia la promessa di bigness del ponte, opera colossale, quasi riassuntiva dei desideri di grandezza e meraviglia, incarnando il sublime della tecnica, la sfida umana materica e naturale. La bigness però si fa debole nelle relazioni con i contesti e si afferma come sola grandezza del manufatto, ingigantimento di tutte le idee costruttive e non più accompagnata dalla bigness ideale e/o utopica e territoriale delle Città dello Stretto.Nel corso del lungo tempo di gestazione dell’idea ponte, si è come persa la carica utopica del concorso del Ponte del 1969 e del concorso per il PRG delle citta di Messina del 1961, o del PRG Quaroni per Reggio Calabria, e che individuavano il ponte non come fine ma come pretesto per una bigness territoriale e urbana, legata ad nuova Comunità della Metropoli dello Stretto. Progetti di un tempo ormai passato che sviluppavano ipotesi e utopie forse non più sostenibili, e forse altrettanto pesanti, ma che oggi dopo un quasi cinquantennio sembrano mantenere ancora una visione generale. Oggi la carica utopica di urbanità appare totalmente spenta, l’utopia si riduce al solo compiacimento ingegneristico dell’opera tecnica di meraviglia. La grandezza delle cose presenti in natura e costruite dagli uomini è un tema millenario nel pensiero umano: le alte cascate, le vette delle alte montagne, le colossali opere egizie, le ingegnose opere greche e romane, le accelerazioni tecniche che dall’architettura gotica ci hanno accompagnato con costanza fino alle esibizioni dei grattacieli e delle torri odierne. Qualsiasi grande costruzione ha una suggestione straordinaria che sta a confine tra la bigness edificatoria e la potenza tutta umana di organizzazione e strutturazione del lavoro manuale. La grandezza delle costruzioni infrastrutturali è come una sintesi raggrumata di un microcosmo metropolitano, è un’interrogazione di paesaggio, un triplo salto mortale avvitato e carpiato che dalla capanna di Adamo, qui sullo Stretto, ci conduce alla dimensione geografica della connessione dell’isola Sicilia alla penisola italiana. Quando l’infrastruttura vive però soltanto della sua bigness e rimuove il portato delle relazioni con i territori è allora che “la bigness non vuole evocare qualcosa di altro da se stessa, ne stabilire relazioni: pretende solo di esaurirle in se.”


L’ANTI-CITTA’ E IL PONTE

Mentre le città e i sistemi insediativi dello Stretto starebbero parassitariamente attendendo il Ponte per trarne benefici e sviluppo, il ponte nella sua preparazione di studio e di progetto e per la sua stessa natura macroinfrastrutturale si comporta come uno “svuotatore” urbano: vincoli di costruzione, vincoli di sicurezza, di distanza e poi di esercizio, e infine le successive opere di mitigazione degli impatti affideranno al manufatto un paradossale ruolo di “rinaturalizzatore” di alcune parti di territorio. La citta farà i conti con il suo stesso sviluppo disurbanizzando le fasce dominate dal ponte e spingendo al consumo di suolo le zone a più alta capacità visiva e percettiva del ponte.Un paradosso teorico e pratico, ma non del tutto improbabile, affiderà proprio al cosidetto Mostro Ecologico un ruolo di “azzeratore” di cubature prossime ai tracciati, riduttore dello sprawl urbano localizzato nelle fasce di attacco del ponteLe sottrazioni di territorio e di parti urbane nel corso del tempo di costruzione e di esercizio, racconteranno ai cittadini l’antinomica presenza del ponte rispetto alla città. L’attraversamento decentrato rispetto ai nodi urbani difficilmente faciliterà gli interventi di rigenerazione urbana, mentre si confidera’ nei benefici economici derivati dal veicolo mediatico e dal carosello della comunicazione, il cosidetto effetto vetrina che sovraesponendo il territorio dovrebbe canalizzare gli investimenti.La critica all’opera non rimuove però l’urgente bisogno d’innovazione nei territori dello stretto, un necessario azzardo di modernità sul sistema dei trasporti e delle relazioni fra gli abitanti, un coraggioso investimento sulla Comunita dello Stretto che ribalti la lettura duplicata o unificata delle citta. Il Ponte sullo Stretto oggi però non è più un’astrazione concettuale, è piuttosto un esito cinquantennale di pensieri, surrogati, studi preliminari, tecniche, scienze e politiche, forse un tardo esito di modernità giunta in differita sui territori né moderni né arcaici dello Stretto che hanno accumulato tanti esiti e depositi di urbanità incompiute, tanti frammenti urbanistici non esitati.Il ponte sembra aver prodotto al momento un‘inversione concettuale, un paradossale cambiamento di stato che porta all’ulteriore liquefazione delle citta e alla solidificazione corporea del liquido Stretto mentre “le braccia dei due corpi” siciliano e calabrese continuano a respingersi per l’energia ascendente e discendente dei flussi generati dal loro comune Fiume Turchino.

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