domenica 29 agosto 2010

Senza sole : un racconto di Michele Sciuti

Io vivo sotto un ponte, almeno immagino lo sia perché se alzo gli occhi per chieder spiegazioni al cielo non vedo più il sole a svelare le cose. Ci è stato rubato, nascosto da quello che ormai chiamiamo la “Bestia”. Cosa è? E’ un leviatano di ferro che affonda i suoi artigli nella nostra terra, strappandone la bellezza, rubandone la vita. A peggiorare la condizione del nostro “oblio” c’è questo costante, spietato rumore. Lo stridio di gomme e il continuo sferragliare che come un lamento scuote l’aria. Rumore che confonde i sensi in quest’umida ombra nella quale noi, i “senza sole”, quotidianamente viviamo.


Siamo creature diafane. La maggior parte di noi ci è nata e cresciuta nei villaggi sorti come funghi ai piedi della “bestia”. I nostri figli sono bambini pallidi che giocano fra gli scarti del titano di ferro che osserva beato da lassù la miseria alla quale ci ha condannato. Io mi siedo ogni giorno su questa sgangherata sedia di plastica fra i rifiuti in mezzo alla spiaggia e li osservo correre quasi commosso perché loro, i nostri figli, non hanno ancora stampate come un marchio sul volto le rughe che noi più anziani portiamo insieme ai ricordi.

Ricordi di un cielo che toglieva il fiato, ricordi degli amori consumati sulle spiagge, di musica e canti. Fuoco d’estate e nostalgia d’inverno. Loro non vedranno mai l’orizzonte con gli occhi dei viaggiatori d’epoche passate, la linea d’acqua che si colora come un tappeto cromato. Non sentiranno le voci dei pescatori alle prese con inseguimenti perduti nel tempo.

Loro non lo sapranno mai.

Vivranno sotto un ponte, come reietti, come rifiuti fra i rifiuti dell’ennesimo stupro dell’uomo.

Loro non lo sapranno mai.

E saranno meno uomini.

Io vivo sotto un ponte insieme ai miei compagni, reduci di una guerra non ancora persa. Sono rimasto qua e questa è la mia vittoria. A volte un raggio di sole riesce a piegarsi tanto da intrufolarsi tra le sbarre di acciaio nero della “bestia”. Il fascio di luce si contorce, scava nel buio per raggiungerci e accarezzarci il volto. Io ho la sensazione che lo faccia con la premura di una madre, per ricordarci che siamo figli di questa terra spezzata, siamo figli della sua luce.

Io combatto ancora e non dimentico cosa era questo mare divenuto nero come i pilastri conficcati nel cuore del nostro cuore.

Ricordo a tutti che ognuno di noi è una croce, come la firma di chi non sa niente. Siamo una croce che può voler dir tutto. Una croce su un sì, una croce su un NO. Una croce che parla alla coscienza, una croce da opporre alla demenza. Una croce che è nuova semenza.

Io vivo sotto un ponte, son vecchio come questo mare e sorrido.

Sorrido rubando il sole, perché so dove sta la mia croce, dove sta la sua croce.

Michele Sciuti – NO PONTE

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