di Luigi Sturniolo
Di certo è un brutto periodo per
i sostenitori del Ponte sullo Stretto. Prima la cancellazione delle opere
compensative, poi la bocciatura dell’Unione Europea, adesso il definanziamento
della Stretto di Messina Spa, queste le tappe più recenti di un percorso che
sembra ormai più una Via Crucis che una Marcia Trionfale verso la costruzione
dell’Ottava Meraviglia. Al di là delle dichiarazioni di circostanza rilasciate
da Matteoli e dalla Presidenza del Consiglio, la sostanza è che i tre eventi
elencati segnalano l’inconsistenza in termini di credibilità e di sostenibilità
finanziaria del progetto di costruzione del mostro sullo Stretto. Crolla,
peraltro, tutto l’apparato ideologico, costruito in sede locale, sulla
possibilità di infrastrutturare il territorio dello Stretto a spese del Ponte.
Quanto successo in quest’ultimo
mese è il portato della scarsità delle risorse pubbliche a disposizione, ma è
anche il risultato di anni di mobilitazione. Dal 2001, infatti, l’opinione no
ponte si è fatta movimento di lotta ed ha costruito scadenze ed eventi sempre
più significativi dal punto di vista numerico e dei contenuti. Partito dallo
sforzo di un pugno di attivisti tacciati di conservatorismo anche negli
ambienti della sinistra, il movimento, attraverso campagne d’informazione,
campeggi no ponte, cortei, pubblicazioni, è cresciuto al punto da generare
spostamenti anche nel campo della rappresentanza politica. Il risultato più
eclatante fu la definizione del Ponte come opera non prioritaria da parte del
Governo Prodi, espressione di un mutamento di posizione di partiti del
centrosinistra schierati in precedenza in favore della grande opera.
Criticati come espressione del
fenomeno Nimby, gli attivisti no ponte sono stati capaci di costruire, negli
anni, un’alleanza sociale basata su una piattaforma che lega i temi
dell’ambiente alla difesa della democrazia messa in pericolo dalle norme che
regolano la costruzione delle grandi opere, la richiesta di un uso diverso
delle risorse pubbliche alla denuncia di un calcolo costi/benefici decisamente
deficitario. Non è stato il movimento del di più, è stato ed è il movimento
dell’essenziale, di ciò che serve al territorio e ai suoi abitanti. Al mostro
sullo Stretto sono state contrapposte le infrastrutture di prossimità. Alle
decisioni calate dall’alto è stata contrapposta l’idea dello Stretto di Messina
come “luogo comune”, non mercificato, non in vendita. Tra Scilla e Cariddi è
nato un laboratorio territoriale capace di cogliere la natura vera della
politica delle grandi opere e di cominciare a pensare un modello alternativo
basato sulla cura dei luoghi, sulla partecipazione, sulla difesa del bene
comune.
Non siamo diventati il movimento
dei ricchi contro chi chiede lavoro, siamo diventati un’occasione per
rivendicare un diverso rapporto col territorio, più sostenibile, non corrotto,
più felice. Abbiamo dimostrato che il Ponte non era una chance, ma una
tragedia, che si trattava solo dell’applicazione di un modello di spoliazione e
sperpero di risorse a vantaggio della triangolazione partiti-burocrati di
stato-grossi contractor. Un modello che da noi si chiama Ponte, ma che altrove
si chiama Tav, inceneritori, emergenze, privatizzazioni. Abbiamo dimostrato che
non creava occupazione e ricchezza, ma le riduceva. Insomma, non ci siamo cascati
e abbiamo spiegato di cosa si trattava. Non ci siamo cascati neanche a fare gli
oppositori che loro volevano che fossimo, innamorati del paesaggio (e lo siamo
anche), difensori dell’ambiente (e lo siamo anche), protettori degli uccelli e
del plancton (e lo siamo anche).
In quanto accaduto nell’ultimo
mese c’è, però, anche il rischio di considerare finita la partita. Siamo certi
che non è così. Così come ai tempi del Governo Prodi porre il Ponte tra le
opere non prioritarie non ci mise, appunto, al riparo dal rischio, poi
inveratosi, di ripartenza del progetto, dare oggi per scontata la fine
dell’attraversamento stabile significherebbe sottovalutare la possibilità di
una continuazione, sotto traccia, dell’iter. Quell’iter che ha già dilapidato
centinaia di milioni di euro e che rappresenta la natura vera della politica
delle grandi opere.
E’, quindi, necessario accentuare
le iniziative di mobilitazione affinchè vengano raggiunti quegli obbiettivi
che, davvero, definiscano i passaggi formali della chiusura del progetto di
costruzione del Ponte sullo Stretto: lo scioglimento della Stretto di Messina
Spa, la rescissione del contratto con Impregilo, il non riconoscimento di alcun
debito con il Contraente Generale e il diverso utilizzo delle somme
precedentemente impegnate. D’altronde è il Governo stesso, con il suo voto
favorevole al definanziamento, che ha lanciato questo segnale. Noi lo
accogliamo e chiediamo che si investa nella messa in sicurezza sismica e
idrogeologica del territorio, nella riqualificazione urbana,
nell’ammodernamento degli edifici scolastici, nel trasporto pubblico nello
Stretto, in generale, nelle infrastrutture di prossimità.
Quanto sta accadendo dovrebbe,
infine, indurre quella rappresentanza politica che da tanti anni ha, in Sicilia
e in Calabria, fatto riferimento al Ponte come unica possibilità di sviluppo ed
ha proposto lo scambio devastazione del territorio/flussi di denaro come unico
orizzonte possibile, quella rappresentanza politica che ha fatto della politica
della miseria e della questua il proprio tratto caratteristico, a prendere atto
del fallimento della propria proposta politica e togliere il disturbo, dare le
proprie dimissioni.
A tutti i no pontisti diciamo: ci
vuole ancora uno sforzo. Noi stiamo già vincendo.
Pubblicato su Micromega on-line al link: http://temi.repubblica.it/micromega-online/il-ponte-non-sha-da-fare/
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