lunedì 24 ottobre 2011

Anticorpi contro il degrado. La domenica di Quasivive.


di Tonino Cafeo

Torre Faro ( Messina). Colapesce torna in vita e racconta la sua storia guidando un nutrito numero di “seguaci” in un itinerario che,  da Piazza dell’Angelo, cuore dell’antico borgo di pescatori, costeggiando le rive dello Stretto di Messina, conduce fino allo scheletro del vecchio cantiere navale conosciuto come “ex Sea Flight” , trasformato per l’occasione in un suggestivo tempio delle arti.

Con questa insolita manifestazione il collettivo Quasivive si è presentato  ieri pomeriggio agli abitanti di Torre Faro come a tutti coloro i quali si battono contro il Ponte sullo stretto e li ha condotti lungo un percorso di recupero della memoria e dell’identità millenaria di questo luogo, attraverso i più diversi linguaggi dell’arte e della cultura.
Questa è stata la Mani//festa//azione itinerante pensata e realizzata da una comunità che ha messo insieme saperi e competenze diversi eppure in grado di cooperare intorno ad un progetto comune. La ReteNoponte, l’Associazione Machine Works , il collettivo del Teatro Valle occupato e la federazione di artisti l‘Arsenale hanno lavorato duramente  per mesi, ispirati da un’idea di cura dei luoghi che produce “anticorpi contro il degrado”, come spiega il ricercatore PierLuca Marzo ( Machine Works) , uno degli animatori della manifestazione. Il risultato è stato notevole ed ha davvero stupito partecipanti e osservatori.  Colapesce, impersonato dal convincente Gianluca Cesale- attore napoletano che ha più volte lavorato a Messina- ha narrato la propria storia e messo in scena la propria morte davanti all’ex cantiere navale, invitando poi i partecipanti ad attraversare la soglia di quello che per lungo tempo è stato solo una discarica per scoprire – in una fantasmagoria di luci, suoni e colori- la bellezza, ma anche la problematicità della relazione fra il territorio di Capo Peloro ( e Messina) e i suoi abitanti.
Ecco dunque la voce “omerica” della poetessa popolare Maria Costa, i performers del teatro Valle e di Machine Works che hanno fatto rivivere il mito di Antigone con riferimenti non troppo velati all’attualità; Le installazioni di Maria Rando, GiovannaTedesco e Francesca Borgia; La musica di Cesare Basile, dei  Don Vito e tanti altri artisti, messinesi e non, il cui elenco sarebbe troppo lungo a farsi, ma che meritano comunque il plauso più caloroso. Del resto, sullo spirito di uguaglianza e cooperazione mettono l’accento tutti coloro i quali hanno contribuito al successo dell’evento. Come Cesare Basile ( Arsenale), cantautore catanese a lungo emigrante in giro per l’ Europa. ” Ad appena cento chilometri da Messina” – racconta- ” il Ponte sembra una cosa lontanissima. Venire da posti diversi a fare qui questo lavoro rende concreta la condizione di patrimonio comune, di tutti che questo luogo si merita.”
Anche Giulia Giordano, attrice messinese emigrata a Roma, è d’accordo con questa chiave di lettura. Ha fatto da trait d’union fra il Teatro Valle e Capo Peloro e individua ” nella riappropriazione collettiva del territorio, come dei saperi”  la cifra comune all’occupazione romana e all’esperienza di Quasivive.  La nozione di territorio come bene comune è stata al centro anche dei momenti di riflessione che hanno preceduto l’evento di domenica. L’assemblea di sabato sera , organizzata dalla Rete Noponte, partendo dall’analisi del progetto definitivo della megaopera e dal ricordo delle cause dell’alluvione di Giampilieri,  ha provato a definire le grandi linee di un progetto in cui cultura, cooperazione, lavoro di cura e conflitto  producano un’identità collettiva non regressiva e aperta al confronto con l’altro da sé.
In fondo, l’idea del Ponte, finora, si è sostenuta presentandosi come  grande rimedio alla desertificazione dell’area dello stretto, occultando la propria reale natura di ostacolo alla progettazione di alternative ben più sostenibili e praticabili. La proposta che la “Mani//fest//azione” di Quasivive fa ai messinesi è di tutt’altro segno. E’un invito a “cercare pezzi di sé nella devastazione”. Una dichiarazione programmatica che, presa sul serio, davvero può mettere in serio pericolo le certezze sempre meno granitiche di cementieri e speculatori. 

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