sabato 28 aprile 2012

I movimenti territoriali mettono in crisi il rapporto verticale che le istituzioni instaurano con i territori. Un invito alla discussione


di Marco Letizia

Questo intervento, forse modesto e alquanto semplificante,  nasce dall'intento di dar conto dello svolgersi dei mutamenti in atto riguardanti la questione della rappresentanza politica, della forma partito e, quindi, anche del concetto di istituzione. Un invito alla lettura e alla discussione, per cercare di declinare anche localmente le questioni che, tra le pieghe del dibattito su "concetti" generali, potrebbero emergere.

La parola che meglio di altre descrive e qualifica l’essenza e il modo di essere della forma partito nell’attuale fase storica  è “astrattezza”.  Il partito è l’emblema della rappresentazione mediatica della politica, del tutto scollegata dal tessuto sociale, cioè dal corpo vivo del divenire politico. Questo attributo vale oggi per tutto ciò che chiamiamo, in senso tradizionale, “istituzione”. Stato compreso.

Si identifica ancora il termine stato con quello di collettività organizzata in un determinato territorio senza considerare 1) la distruzione dell’idea di “confine” a favore delle grandi corporation , 2) la delega per legge o di fatto di buona parte dei propri poteri a entità sovranazionali (possiamo dire di tutti i poteri, escluso quello giudiziario nella sua versione puramente repressiva).  Infatti, la teoria politica classica che fa riferimento a Hobbes e Bodin, non ammetterebbe di definire stato ciò che oggi abbiamo di fronte. Uno stato, per sua costituzione, esercita sul territorio un potere assoluto (a prescindere che questo potere venga esercitato democraticamente o no). Nel momento in cui il confine viene privato della sua funzione demarcatoria e i poteri di competenza statale vengono delegati a organismi altri non sottoposti al giudizio della collettività “rappresentata” dallo stato siamo in presenza di un ente che non può più definirsi, in senso stretto, uno stato.  Tutte le istituzioni facenti parte dell’organismo che governa il territorio sono organizzate a partire dagli interessi di gruppi che con il territorio non hanno nulla a che vedere.
I partiti politici, dunque, essendo oggi non forze temporanee di organizzazione del consenso, ma vere e proprie macchine predatrici al servizio dell’istituzione (il cui potere risiede al di fuori dell’istituzione stessa), non possono che essere entità deterritorializzate ed estranee alle necessità e ai bisogni della collettività. I partiti ormai trasformati in istituzioni vengono, di fatto, sottoposti alla stessa disciplina che regola l’autoconservazione delle istituzioni: la politica risiede solo nella forma partito. Tutto ciò che si distingue e si pone in antitesi ad essa diventa antipolitica. Le istituzioni dello stato (si pensi al caso del presidente Napolitano) difendono a spada tratta la forma partito (e, più nello specifico, i partiti che accettano di buon grado questa definizione) perché è oggi l’unico strumento che permette al sistema di reggere di fronte all’avanzata dei movimenti territoriali che della concretezza e della materialità dei rapporti di convivenza fanno il proprio caposaldo. I movimenti territoriali (No Tav, No Ponte, Forconi, Pastori Sardi, ecc..) mettono in crisi il rapporto verticale che le istituzioni instaurano con i singoli territori, proponendo 1) l’annullamento di etichette estranee alle forze che sul territorio si producono 2) il rifiuto della disciplina istituzionale, quella di partito e quella legislativa, che impone di ignorare la molteplicità e la complessità dei fenomeni locali in favore di una presa di posizione restrittiva che viene definita come oggettiva, scientificamente verificabile e valevole per ogni territorio sottoposto al controllo di dette forze.
Il governo tecnico è, dunque, solo la forma più radicale di questo evento: la scomparsa della forma partito come elemento cardine dell’aggregazione politica. Il governo tecnico, in questo senso più ampio, era in carica già ben prima di Monti. Monti è solo il rimedio estremo a cui ha fatto ricorso una politica di per sé ormai svuotata dei propri contenuti, del tutto estranea alla realtà, per evitare il collasso generalizzato delle proprie forme di dominio. Il ruolo di Monti è, dunque, duplice: da un lato, egli è incaricato direttamente dai potentati finanziari d’Europa e del mondo di dare seguito alle disposizioni elencate nella famosa “Lettera di Draghi”; dall’altro, il suo esecutivo, insieme alla quasi totalità dell’apparato mediatico e dei sindacati, ha il compito “interno” di permettere la riorganizzazione delle forze in campo, in vista delle prossime elezioni che, in assenza di un’alternativa politica, saranno il momento della fondazione di quella che da giorni viene chiamata Terza Repubblica. O meglio, Prima Tecnocrazia Finanziaria, cantone italiano.

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