di Luciano Marabello
LA CITTÀ GENERA CONFLITTO E DISCUSSIONE MA È DI TUTTI. RIMANE DI TUTTI SOLO SE CIASCUNO FA LA SUA PARTE.
L’annuncio di una delibera di modifica delle linee guida del piano industriale della STU Tirone, dovrebbe renderci soddisfatti. Come cittadini e tecnici fin dal 2009 si sono segnalate tutte le criticità e le insostenibilità di quel progetto; ma occorre capire in che modo, lo spostamento dei singoli pezzi o volumetrie sia poi una vittoria rispetto a un modo d’intervento sulla città che contiene errori non solo di sintassi o di linguaggio ma forse anche di concetto e di metodo. E’ stata individuata una buona vocazione urbana per quel pezzo di città? E’ legittimo e vantaggioso consegnare il disegno e il programma di una città alle sole leggi economiche del profitto?
La dichiarata perplessità dell’assessore Scoglio su alcune parti del progetto della Stu Tirone è già qualcosa, ma conferma una visione di quel progetto come una sommatoria di pezzi, di parti inseribili e removibili, come frutto di una visione economica di numeri sganciata dai luoghi, quasi una sommatoria di “lotti” edificati che come una chirurgia d’innesti e amputazioni perde però la visione generale del corpo.
Dal 2009 Comunità Urbana, una comunità di professioni e di ricercatori della città e del territorio, ha argomentato perché quel progetto non sviluppava positivamente la città. Le successive consultazioni degli Ordini professionali da parte dell’Amministrazione approdarono a molte delle stesse valutazioni del quaderno dossier Q-Tirone, smontando nei fatti parti sostanziali del progetto. Oggi, a quasi tre anni di distanza l’amministrazione vuole intervenire, ma l’intervento avverrà per altri fatti, per altre ragioni e per salvare una procedura e un meccanismo anche se questo non ha funzionato bene. Le tante discussioni sui progetti della Stu per la collina del Tirone sembrano sfinire tutti. Il rituale che si consuma a ogni fase della discussione oppone il Sì e il No in maniera rigida ma non sostanziale. La discussione s’incarta, la STU centra la discussione unicamente sul saldo economico degli interventi, sulla non emendabilità delle scelte senza una contropartita e sull’impossibilità di ripensamento in tempo di crisi. Le articolate posizioni critiche del No si fermano sulla legittima soglia dell’opposizione, senza virare sulle reali alternative a quel tipo di trasformazione distruttiva, senza verificare il legame tra desiderio di qualcosa e la sua realizzabilità. Il programma sul Tirone, appare sempre più come la traslazione elementare di una procedura economica in un “processo-progetto”, come il passaggio brusco di un’architettura di finanza in una confusa vocazione urbana. Strumenti e obiettivi si confondono fino a che lo strumento diviene il fine, difeso a prescindere dal fatto se tale strumento nella sua applicazione locale abbia complessivamente funzionato.
LE IDEE DI SVILUPPO IN CAMPO OGGI INTORNO AL TIRONE.
Siamo a una fase con poca evoluzione, la città sullo sfondo è in crisi e quel progetto impantanato; lo strumento Stu in salsa peloritana, nella sua natura societaria, mostra forti elementi di crisi non tanto derivate dal dibattito o dalle forze del No ma dall’implosione del suo stesso impalcato di struttura che si dibatte tra liquidazioni, mancate certificazioni antimafia, crisi economica e di assetto. Il privato che in questa vicenda e in questi anni è stato mostrato come feticcio ideologico, garanzia di efficienza risolutiva e creditizia mostra una faccia meno brillante e più contraddittoria, un privato strano, garantito attraverso la Convenzione con il Comune di Messina del 2004 e protetto dalle stesse regole della concorrenza; un’imprenditoria che non imprende da queste parti, palazzinara nel pensiero e a volte anche senza opere, ma con molte procedure derivate e incrociate col pubblico. Il pubblico, che detiene il 30% delle quote della società STU, si mostra traballante in tema di risorse e di solvibilità, cosi chequel partenariato che qui si vuole assumere come modello di soluzione e costruzione della città, mette insieme due soggetti che oggi più che mai sono sulla soglia di default: il mercato e l’amministrazione pubblica. Su queste basi di crisi strutturale del modello s’innesta l’insostenibilità concreta di quel progetto, dissipativo, quasi per manifesto ideologico. Occorrono idee nuove e più coraggiose per andare avanti.
Il progetto appare scollato dalla città reale e gli scossoni e la crisi interna alla STU sono spesso nascosti usando l’alibi del disfattismo dei NO indicato come regressivo e antimoderno. Si arriva al punto che L’Amministratore Delegato della STU imputa alla “canea delle critiche negative la potenza di aver orientato le banche al blocco dei mutui nei confonti della STU” - qui o si scherza o si s’inganna-. I mutui, le banche non li concedono in base agli umori dei limitati movimenti cittadini di opinione, ma piuttosto nel caso specifico in base alle mancate certificazioni antimafia di uno dei soci, in base ai livelli di crisi economica del socio pubblico, in base infine allo scetticismo di un altro socio (forse il più solido?), in un’operazione che sulla carta è vantaggiosa, ma con questo contorno di fatti e non di opinioni, spesso instabile e insicura. Insomma i vertici della Società in questi undici anni hanno venduto alla città e poi alle banche una suggestione e su quello hanno costruito la macchina della spesa.
La finanza immobiliare è oggi economia? La sola edilizia e urbanistica quantitativa produce economia durevole o piuttosto economia che termina il suo ciclo nel solo tempo della costruzione? I risultati di quell’economia edificatoria massiccia sono stati ampiamente sperimentati e hanno prodotto una città impoverita e senza capacità d’impresa poiché ha generato solo consumo di suolo e cattivo funzionamento della città, gonfiando i meccanismi della rendita e soffiando dentro una bolla edilizia pronta a scoppiare.
UN ALTRO MODO È POSSIBILE PER IL TIRONE (MA NON SOLO PER IL TIRONE)
Oggi comunque vada questa vicenda occorre una via d’uscita, primo perché Comunità Urbana non si vuole incartare in una guerra, poi perché occorre affermare non il blocco di tutto, ma piuttosto la cultura dei buoni progetti, sperimentando un metodo d’intervento sui beni comuni meno impositivo, più condiviso e più fattivo, partendo dal possibile e costruendo qualità. Il Tirone è solo un esempio: luogo fragile con un significato che occorre svelare e ricucire con la forza innovativa di progetti misurati e sostenibili. L’errata vocazione attribuita dal progetto presentato attraverso l’incremento Terziario e Commerciale, l’esagerato dimensionamento del parcheggio derivato dall’incremento di attività private insediate, l’eccesso di residenze intensive, la non comprensione dello spazio pubblico come elemento di connessione fra le parti e l’interpretazione errata del quartiere in relazione alla città intorno, ha determinato insieme con una delega totale delle scelte urbanistiche e di processo al promotore finanziario, un grande pasticcio. Occorre quindi la ricostruzione di ruoli, parti e attori nella vicenda urbana Tirone, un afflusso di partecipazione di cittadinanza ai processi di decisione attraverso le pratiche collaudate di partecipazione già indicate nei programmi europei in tema di rinnovo e di ridisegno delle citta, (vedi la Carta di Lipsia e i sistemi partecipativi nell’ambito delle politiche delle citta sostenibili contenuti nei programmi di housing e rigenerazione, i programmi di scambio di buone pratiche ampiamente strutturati in Europa come, Hopus, Urbact etc) per un approdo a un serio concorso sull’area fondato sulle idee, sull’economia reale e non sulla sola finanza.
Il rischio non è solo che la STU si estingua per autoconsunzione, ma che i singoli elementi progettati non raggiungano l’obiettivo, e che i soldi pubblici del Contratto di Quartiere II si esauriscano sia per la localizzazione dell’intervento di edilizia pubblica, sia per i costi connessi. Insomma, oggi la perdita di finanziamento pubblico che si pone in caso di non approvazione o di ulteriori problemi societari o politici, sembra essere stata perseguita anche attraverso l’insistenza di un progetto di edilizia in via Pascoli, dissipativo, costoso e fortemente impattante con una porzione di versante acclive da consolidare e tirantare. Causare l’aumento dei costi e la laboriosità dei lavori in presenza di alternative semplici è sempre una cosa difficilmente comprensibile e giustificabile sia per ragionamenti economici sia per valutazioni ambientali di elementare buon senso. Già tre anni fa, quando Comunità Urbana sollevò i dubbi sulla localizzazione della torre per uffici in via Cadorna e delle residenze pubbliche a ridosso del bastione di Santa Barbara, perché non si avviò lo studio per la ricollocazione degli alloggi di via Pascoli al posto della non credibile Torre di 16 piani per uffici di via Cadorna? Si potevano guadagnare tre anni, in un luogo più semplice e già urbanizzato, integrando gli alloggi pubblici eventualmente mancanti in nuova edilizia di contesto nel borgo, mirando a politiche di mix sociale e accompagnamento dei processi di integrazione sociale e mantenendo gli abitanti nella stessa area. Non si fece per il No pervicace dei promotori finanziari, e per le sole mire di profitto dei privati non negoziate dal socio pubblico.
Se la politica di rappresentanza e di amministrazione non sa fare più fare le politiche di equilibrio, di controllo e d’indirizzo tocca allora alla “politica” di cittadinanza richiamare alla responsabilità e fornire analisi e suggerimenti delle scelte praticabili (e in questi tempi Messina produce molte esperienze civiche).Occorre passare dal decisionismo urbano che non mostra al momento neanche efficienza e potenza economica, alle buone pratiche di riformismo urbano, occorre produrre forti iniezioni di democrazia, nei processi, nelle pratiche partecipative, nella strutturazione delle domande e degli strumenti operativi e scientifici che conducono alle risposte. Il tema si può concentrare sugli apporti pubblici e privati fondati su altre regole, su forme di autorganizzazione di pezzi di società per la costruzione della città, su forme progettate e sulla costruzione di un palinsesto materiale e immateriale di senso urbano. Un racconto urbano che avvenga in quella parte di città (ma non solo) non per inventarsi musei immobili ma motori di vita e di forme economiche sostenibili, una slow citycentrale, un quartiere ecologico derivato dalle politiche delle Smart city e dai filoni attivi nei programmi e nelle misure europee che muovono alcuni strumenti finanziari (Joint European Support for Sustainable Development in City Areas), passando per la Piattaforme E2B e traggano spunti dallo scambio di buone pratiche delle città attraverso i protocolli europei URBACT II. Gli esempi pilota di quartieri Smart possono avere applicazione e declinazione locale, unendo la scommessa dell’innovazione con quella delle risorse esistenti, del recupero storico e della formazione continua e rimodulazione dei saperi materiali, rigenerando e dando futuro alle maestranze dell’edilizia impoverite dalla mono-economia cittadina. Un investimento diffuso in cui sul palinsesto generale condiviso tra i soggetti attivi nella città si ricontrattino apporti tra esperienze e pratiche civiche e istituzioni della rappresentanza e in cui su un progetto condiviso si articolino poi l’investimento operativo privato (sottoposto a gare e concorrenza), quello autorganizzato, semi pubblico o pubblico i quali agiscano su parti precise, su nodi costruiti e innovativi del palinsesto.

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