Siamo lavoratori, studenti,
precari, disoccupati, migranti, abitanti di luoghi sempre più aggrediti e
cementificati, utenti di un welfare sempre più rachitico. Da anni ormai le
nostre condizioni materiali di vita vanno peggiorando. I salari perdono potere
d’acquisto, i diritti diminuiscono, le possibilità d’impiego sono sempre più
rare, la flessibilità è diventata norma e stile di vita, le città nelle quali
viviamo sono sempre più invivibili, i servizi sempre meno garantiti, le libertà
sempre più compresse. La crisi abbiamo cominciato a pagarla quando ancora non
era conclamata come tale dall’informazione mainstream. Poi le borse sono
crollate, il denaro che produceva denaro ha fatto cortocircuito e le nostre
vite, i nostri salari, i nostri diritti, i nostri territori sono serviti a
salvare le banche. I veri artefici di un sistema economico basato sulla finanza
(le banche) sono state salvate dalle risorse pubbliche, dalla produzione
sociale.
E’ solo per una volta, si disse.
Obama si presentò a Wall Street e disse: “vi abbiamo salvati; adesso datevi una
regolata, non esagerate”. Eppure poco dopo tutto riprese come prima, a
dimostrazione che la presunta distinzione tra economia finanziaria ed economia
reale non esiste. A dimostrazione che il modello è unico e si manifesta come un
intreccio di finanza e produzione materiale. Ed è un modello che produce crisi.
Una crisi, dunque, strutturale. Una crisi che è economica e sociale, ecologica
e della democrazia. Perché è così, è un sistema che sta andando in frantumi.
“Noi la crisi non la paghiamo”
abbiamo urlato per le strade. Ma non è stato così. Noi la crisi l’abbiamo
pagata. E continuiamo a pagarla. Ogni nuova manovra economica è una minaccia di
ulteriori sacrifici da fare. Le notizie che ogni giorno raccontano l’evolversi
degli avvenimenti sono il preannuncio della penuria. L’esplosione del debito
pubblico, gli scivoloni della borsa, i fremiti dello spread tra bond e bund
sono l’annuncio di un nuovo salasso. Così, ancora meno servizi, salari sempre
più bassi, distruzione dell’istruzione pubblica, abbandono del trasporto
pubblico, ulteriore compressione dei diritti, politiche securitarie,
speculazioni sui nostri territori, nuove speculazioni finanziarie,
mercificazione di ogni ambito della nostra vita. Fino alla privatizzazione
dell’acqua, il bene più comune.
Ci siamo battuti. Abbiamo
occupato scuole e università per difendere il sapere, abbiamo difeso i nostri
territori dall’aggressione della speculazione del cemento e della finanza,
abbiamo difeso la nostra dignità in fabbrica, abbiamo continuato a migrare per
pretendere una vita migliore, abbiamo difeso il bene comune. L’abbiamo fatto
con manifestazioni pacifiche ma determinate, nelle piazze reali e usando quelle
virtuali. Abbiamo vinto, qualche volta. Abbiamo difeso l’acqua pubblica e ci
siamo difesi dal nucleare. Quando è stato necessario abbiamo avuto anche la
capacità di difendere la nostra lotta attraverso atti di resistenza, come è
stato nel dicembre studentesco romano o nel torrido luglio valsusino.
Nel nostro territorio, nell’area
dello Stretto, ci siamo battuti e ci battiamo contro un progetto, quello del
Ponte, che, oltre ad essere inutile e devastante, si è rivelato un meccanismo
di distrazione di risorse pubbliche. Senza che nulla di concreto sia ancora
stato fatto, sono già stati spesi 500 milioni. Risorse pubbliche che non hanno
dato nulla agli abitanti e che avrebbero potuto rispondere, almeno in parte,
alle domande di difesa del territorio, di reddito, di welfare. Eppure una
classe politica locale imbelle, incapace di progettare il futuro e perennemente
col cappello in mano continua a coltivare la speranza di scambio tra
devastazione del territorio e flussi di denaro. Uno scambio che non si darà (è
ormai chiaro che le politiche della compensazione sono morte definitivamente,
rimangono solo quelle della miseria). A noi rimarranno le devastazioni, ai
pescecani degli appalti pubblici i soldi.
Oggi tutti questi percorsi li
dobbiamo mettere insieme. Le lotte importanti e generose di questi anni devono
dare vita ad un percorso comune se vogliamo davvero fare pagare la crisi a chi
ha goduto del differenziale sociale, a chi ha guadagnato speculando, a chi si è
arricchito sull’impoverimento operaio e sulla precarizzazione del lavoro, a chi
ha fatto dell’evasione fiscale un metodo, a chi gode di patrimoni enormi a
fronte di un crescente aumento di indigenza e povertà, a tutte le caste che si
sono annidate negli interstizi della politica e dell’amministrazione della cosa
pubblica godendo di privilegi pagati dalla collettività.
Noi sappiamo bene che questa
crisi è strutturale. E sappiamo altrettanto bene che da essa si uscirà solo con
un mutamento radicale del modello economico e di società o con una catastrofe
sociale. Per questo la nostra piattaforma ha un solo punto: la crisi la paghino
i ricchi. La crisi la paghino le banche, gli speculatori, le caste. Per questo
la nostra risposta dovrà essere ancora più forte, determinata e unitaria.
L’autunno che viene dovrà essere un autunno di mobilitazioni, un autunno caldo.
Gli appuntamenti preannunciati sono tanti e la giornata del 6 settembre è solo
un passaggio di questo percorso. Una giornata che attraverseremo portando in
piazza la necessità del conflitto sociale, senza il quale sarà impossibile
difendere le nostre condizioni di vita. Fin da oggi traguardiamo il 15 ottobre,
la giornata dell’indignazione globale indetta dagli acampados spagnoli e che
diventerà, ne siamo certi, il momento di confluenza di tutti i movimenti
sociali.
Messina, 03.09.11
RETE NO PONTE – COMUNITA’ DELLO
STRETTO

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