mercoledì 21 settembre 2011

Fermare gli speculatori. Il documento della rete No Ponte consegnato all'amministrazione comunale di Messina


(1) Il Ponte sullo stretto è stato un fallimento: centinaia di milioni di euro sperperati in progetti impossibili, consulenze e studi “sull’impatto emotivo” di reggini e messinesi. Ai Signori del Ponte però non sono bastati gli oltre 500 mln che la collettività ha speso per un'opera che ha mero carattere speculativo: vogliono continuare in questa opera di distrazione di risorse pubbliche. Ma il tempo stringe, il regime berlusconiano si accartoccia su se stesso, stritolato dalla crisi, dalla corruzione, dalla rapacità del suoi ministri. Un Governo moribondo che vomita sulla società italiana le peggiori schifezze: una manovra da 55 mld, lo smantellamento delle politiche sociali, la liberalizzazione dei licenziamenti e l’abolizione dei contratti collettivi. Questo Governo è alla fine ma i pontisti vogliono raccattare tutto quello che resta:  indifferenti al processo di dismissione ferroviaria in atto, alle bocciature Ue del famoso corridoio “Berlino/Palermo”, all’assenza, tra i 120 chili di carte prodotte, di uno straccio di progetto esecutivo, alle oltre 100 criticità emerse nelle valutazioni di fattibilità. Possono anche sembrare disperati i signori del Ponte, ma sono solo rapaci. E, infatti, in questo nulla cosmico fatto solo di carte e di sprechi, Eurolink avvia “il procedimento espropriativo”: altre migliaia di pagine con sopra elencati i terreni, i fabbricati e le costruzioni da espropriare nei comuni di Messina, Torregrotta, Venetico e Valdina. Un’area enorme, molto più estesa di quelle interessate dai diversi progetti definitivi, a cui dovrebbero corrispondere indennizzi altrettanto imponenti. Pensiamo alle zone di Torre Faro, Ganzirri, Mortelle: chi ha partecipato in questi anni alla compravendita di terreni avrà molto da guadagnare. Dentro questo giro di spesa si incroceranno ancora una volta gli interessi di privati, imprese, palazzinari e lobby finanziarie. Del resto Impregilo non è nuova ad appalti pubblici con costi variabili: la TAV in Italia, per esempio, costa 61 Mln a chilometro, il 500% in più che nel resto del mondo. E il Ponte sullo Stretto, già nella sua architettura finanziaria e contrattuale, è un progetto funzionale ai profitti privati, i cui costi -  devastazioni ambientali e immane sottrazione di risorse pubbliche -  saranno scaricati materialmente sulle generazioni di oggi e di domani, sotto forma di debito pubblico, ormai a 1.900 Mld di euro.
(2) In questi anni il Ponte non ha solo rappresentato una formidabile occasione di arricchimento per stuoli di ingegneri, architetti e consulenti. Ha anche piegato ai suoi interessi il destino di questo territorio, privandolo di ogni possibilità di sviluppo, di infrastrutture, di investimenti, di servizi. E’ davvero raggelante il diluvio di comunicati, dichiarazioni, impegni e soldi che in questi anni ha accompagnato “i lavori del Ponte”. Una sequenza impressionante di pose della “prima pietra” costantemente smentite ma rese sempre credibili dai mezzi potenti del pensiero unico. Era il dicembre 2001 quando -  con il varo della Legge Obiettivo - il Ponte veniva inserito tra le opere del “Programma infrastrutture strategiche” del governo (e la Stretto di Messina ingoiava altri 2 mln di euro). E poi, nel 2005, Ciucci  confermava i tempi per l’apertura dei cantieri, prevista “entro la fine del 2006”, e stimava in 40 mila nuovi posti di lavoro l’impatto occupazionale dell’opera. Suggestioni potenti per chi pesca nel torbido di una comunità affamata di lavoro e per questo ricattabile: perennemente ostaggio di un controllo sociale da cui derivano forme di crisi cognitive prima che politiche. Gli anni d’oro della “Società dello stretto” hanno corrisposto alla intensificazione della devastazione ambientale, alle speculazioni edilizie, al saccheggio di colline, al dilagare (insieme ai centri commerciali) del lavoro nero e della precarietà, alla desertificazione industriale, alla marginalizzazione politica e culturale di questa città. Da allora questo territorio ha visto emigrare 25.000 persone per mancanza di lavoro, sono stati chiusi decine di impianti produttivi (la molini gazzi, la birra messina, la sanderson, la pirelli, l’arsenale, la smeb ecc ecc), di strutture di servizio e trasportistiche (pensiamo alle recenti vertenze Ferrotel e Servirail), con migliaia di posti di lavoro perduti. Un territorio indebolito economicamente, deteriorato socialmente e assolutamente fragile nella sua geo-morfologia: in poco più di 24 mesi ha subito oltre 2000 tra fenomeni franosi e smottamenti, con effetti tragici: 37 morti nella zona sud della città nell’ottobre 2009 e migliaia di sfollati in provincia. La città è al collasso: 4000 senza tetto (e nello stesso tempo migliaia di alloggi sfitti), 30 autobus per una mobilità urbana inesistente e con una Azienda Trasporti vicina al fallimento, 500 operai di Messina-Ambiente (adesso in liquidazione) in rivolta per gli stipendi non pagati, anziani, disabili e minori totalmente abbandonati dai servizi sociali comunali. Ma sono numeri e dati insufficienti a mostrare la drammatica portata della crisi di questa città che paga un ceto politico e imprenditoriale che si è riprodotto all’insegna delle rendite, clientelari o immobiliari fa poca differenza.
(3) In questo contesto l’avvio della procedura di esproprio da parte di Eurolink appare molto più che l’ennesimo patetico tentativo di rendere credibile quanto fin qui ha brillato solo per sprechi ed inconsistenza. Le comunicazioni degli espropri, invece, sono la cifra della determinazione di chi ha come obiettivo l’appropriazione di ingenti risorse pubbliche e che è – per questo motivo – disposto a tutto: non solo a negare l’evidenza (come abbiamo visto nel caso della bocciatura Ue o nel piano di dismissioni Fs) ma anche a calpestare diritti, interessi e prospettive future di chi il territorio lo abita realmente. Una spietata lucidità che trova nella bocciatura delle cd “opere compensative” una ulteriore conferma: le opere compensative, per quanto insignificanti, avrebbero potuto rappresentare un ostacolo alle operazioni adesso spacciate come “fase esecutiva” (gli espropri, le cantierizzazioni, il movimento terra) di un progetto che è sempre e solo definitivo. E così all’inevitabile interruzione di una finta fase esecutiva dovrà corrispondere un vero risarcimento da parte della collettività. E poi, data la crisi del regime berlusconiano, bisogna fare in fretta: arrivare il prima possibile ad uno “stato di avanzamento lavori” così imponente  da giustificare un adeguato indennizzo per il loro arresto. Più volte, come Rete No Ponte, abbiamo indicato nel progetto del Ponte sullo stretto molto di più che un semplice (ed indecente) manufatto di cemento. Più in generale, dentro le “mega-opere” vive un preciso progetto di società “totalmente privata” in cui strategie aziendali e corruzione viaggiano vicine, con quest’ultima derubricata a mera “via più semplice” verso risultati economici sempre più interessanti. Le risorse pubbliche sono intercettate dalle lobby politico-imprenditoriali per mezzo dei grandi appalti pubblici (circa 5 mld di euro l’anno per le grandi opere). Il Ponte sullo stretto è l’emblema di un progetto sociale neoautoritario, dove non c’è spazio per interessi generali, diritti sociali, beni comuni: poco importa che il 75% del patrimonio abitativo della città non sia a norma con le prescrizioni antisismiche, che il collegamento ferroviario col capoluogo risalga al 1929, che gli asili nido comunali mettano in lista di attesa l’80% bambini che dovrebbero ospitare, che la rete idrica e quella fognaria siano ridotte ad un insicuro e costoso colabrodo. Nella città del “liberalismo attivo” le risorse delle politiche sociali sono spostate per il sostegno alle attività finanziarie ed ad opere di prestigio (l’Ottava Meraviglia del mondo, gli alberghi per i turisti accorsi apposta per osservare il Ponte…) anche se privi di utilità sociale. Questa è l’idea di città che – nel 2011 – ci offrono i neoliberisti oggi: una vita urbana sempre più carente di servizi per tutti, di luoghi collettivi accessibili da parte di tutti, una condizione lavorativa sempre più precarizzata, una progressiva privatizzazione di beni essenziali come l’acqua, la salute, la formazione.
Alla città privatizzata e neoliberista vogliamo opporre l’idea di una città come bene comune, affermando, innanzitutto che la città non è una merce, non è qualcosa che si può distruggere per formarne un'altra che ha un valore economico maggiore. La nostra idea di città non è qualcosa priva di valore in sé o solo per ciò che può aggiungere alla ricchezza di un privato. Al contrario, la città è un bene nella misura in cui aiuta a soddisfare bisogni radicali: da quelli elementari a quelli della conoscenza, a quelli dell’affettività. Una città è un bene con una identità, che può essere utilizzato senza essere cancellato, alienato, senza essere logorato o distrutto. E comune vuol dire che appartiene a più persone, che riesce a soddisfare esigenze e bisogni che i singoli non possono soddisfare senza unirsi agli altri e senza condividere un progetto e una gestione collettiva. Appartenere ad una città “bene comune” significa sentirsi responsabili di quanto vi accade: lottare contro le ingiustizie sociali, il razzismo, la sopraffazione. Lottare contro il Ponte – contro una vergognosa sottrazione di imponenti risorse pubbliche ad un territorio martoriato come questo – significa riaprire un percorso fatto di pratiche di democrazia partecipata, di conflitti e di un nuovo processo di emancipazione collettiva da questa “nuova preistoria” in cui siamo precipitati, in cui si offre come presunta modernità una montagna di calcestruzzo invece che scuole, case sicure ed ospedali funzionanti. Impedire ogni passo avanti del progetto del ponte significa anche denunciare tutte le manipolazioni che stanno dietro ogni speculazione, a cominciare dalla presunta scarsità di risorse. Come si è visto i soldi ci sono. Si tratta solo di restituirli al loro legittimo proprietario: la collettività.

RETE NO PONTE – Comunità dello Stretto

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