(1) Il Ponte sullo stretto è stato un fallimento: centinaia di milioni
di euro sperperati in progetti impossibili, consulenze e studi “sull’impatto
emotivo” di reggini e messinesi. Ai Signori del
Ponte però non sono bastati gli oltre 500 mln che la collettività ha speso per
un'opera che ha mero carattere speculativo: vogliono continuare in questa opera
di distrazione di risorse pubbliche. Ma il tempo stringe, il regime
berlusconiano si accartoccia su se stesso, stritolato dalla crisi, dalla
corruzione, dalla rapacità del suoi ministri. Un Governo moribondo che vomita
sulla società italiana le peggiori schifezze: una manovra da 55 mld, lo
smantellamento delle politiche sociali, la liberalizzazione dei licenziamenti e
l’abolizione dei contratti collettivi. Questo Governo è alla fine ma i pontisti
vogliono raccattare tutto quello che resta:
indifferenti al processo di dismissione ferroviaria in atto, alle
bocciature Ue del famoso corridoio “Berlino/Palermo”, all’assenza, tra i 120
chili di carte prodotte, di uno straccio di progetto esecutivo, alle oltre 100
criticità emerse nelle valutazioni di fattibilità. Possono anche sembrare
disperati i signori del Ponte, ma sono solo rapaci. E, infatti, in questo nulla
cosmico fatto solo di carte e di sprechi, Eurolink avvia “il procedimento
espropriativo”: altre migliaia di pagine con sopra elencati i terreni, i
fabbricati e le costruzioni da espropriare nei comuni di Messina, Torregrotta,
Venetico e Valdina. Un’area enorme, molto più estesa di quelle interessate dai
diversi progetti definitivi, a cui dovrebbero corrispondere indennizzi
altrettanto imponenti. Pensiamo alle zone di Torre Faro, Ganzirri, Mortelle:
chi ha partecipato in questi anni alla compravendita di terreni avrà molto da
guadagnare. Dentro questo giro di spesa si incroceranno ancora una volta gli
interessi di privati, imprese, palazzinari e lobby finanziarie. Del resto
Impregilo non è nuova ad appalti pubblici con costi variabili: la TAV in Italia, per esempio,
costa 61 Mln a chilometro, il 500% in più che nel resto del mondo. E il Ponte
sullo Stretto, già nella sua architettura finanziaria e contrattuale, è un
progetto funzionale ai profitti privati, i cui costi - devastazioni ambientali e immane sottrazione
di risorse pubbliche - saranno scaricati
materialmente sulle generazioni di oggi e di domani, sotto forma di debito
pubblico, ormai a 1.900 Mld di euro.
(2) In questi anni il Ponte non ha solo rappresentato una formidabile
occasione di arricchimento per stuoli di ingegneri, architetti e consulenti. Ha
anche piegato ai suoi interessi il destino di questo territorio, privandolo di
ogni possibilità di sviluppo, di infrastrutture, di investimenti, di servizi.
E’ davvero raggelante il diluvio di comunicati, dichiarazioni, impegni e soldi
che in questi anni ha accompagnato “i lavori del Ponte”. Una sequenza
impressionante di pose della “prima pietra” costantemente smentite ma rese
sempre credibili dai mezzi potenti del pensiero unico. Era il dicembre 2001
quando - con il varo della Legge
Obiettivo - il Ponte veniva inserito tra le opere del “Programma infrastrutture
strategiche” del governo (e la
Stretto di Messina ingoiava altri 2 mln di euro). E poi, nel
2005, Ciucci confermava i tempi per
l’apertura dei cantieri, prevista “entro la fine del 2006” , e stimava in 40 mila
nuovi posti di lavoro l’impatto occupazionale dell’opera. Suggestioni potenti
per chi pesca nel torbido di una comunità affamata di lavoro e per questo
ricattabile: perennemente ostaggio di un controllo sociale da cui derivano
forme di crisi cognitive prima che politiche. Gli anni d’oro della “Società
dello stretto” hanno corrisposto alla intensificazione della devastazione
ambientale, alle speculazioni edilizie, al saccheggio di colline, al dilagare (insieme
ai centri commerciali) del lavoro nero e della precarietà, alla
desertificazione industriale, alla marginalizzazione politica e culturale di
questa città. Da allora questo territorio ha visto emigrare 25.000 persone per
mancanza di lavoro, sono stati chiusi decine di impianti produttivi (la molini
gazzi, la birra messina, la sanderson, la pirelli, l’arsenale, la smeb ecc
ecc), di strutture di servizio e trasportistiche (pensiamo alle recenti
vertenze Ferrotel e Servirail), con migliaia di posti di lavoro perduti. Un
territorio indebolito economicamente, deteriorato socialmente e assolutamente
fragile nella sua geo-morfologia: in poco più di 24 mesi ha subito oltre 2000
tra fenomeni franosi e smottamenti, con effetti tragici: 37 morti nella zona
sud della città nell’ottobre 2009 e migliaia di sfollati in provincia. La città
è al collasso: 4000 senza tetto (e nello stesso tempo migliaia di alloggi
sfitti), 30 autobus per una mobilità urbana inesistente e con una Azienda
Trasporti vicina al fallimento, 500 operai di Messina-Ambiente (adesso in
liquidazione) in rivolta per gli stipendi non pagati, anziani, disabili e
minori totalmente abbandonati dai servizi sociali comunali. Ma sono numeri e
dati insufficienti a mostrare la drammatica portata della crisi di questa città
che paga un ceto politico e imprenditoriale che si è riprodotto all’insegna
delle rendite, clientelari o immobiliari fa poca differenza.
(3) In questo contesto l’avvio della procedura di esproprio da parte di
Eurolink appare molto più che l’ennesimo patetico tentativo di rendere
credibile quanto fin qui ha brillato solo per sprechi ed inconsistenza. Le
comunicazioni degli espropri, invece, sono la cifra della determinazione di chi
ha come obiettivo l’appropriazione di ingenti risorse pubbliche e che è – per
questo motivo – disposto a tutto: non solo a negare l’evidenza (come abbiamo
visto nel caso della bocciatura Ue o nel piano di dismissioni Fs) ma anche a
calpestare diritti, interessi e prospettive future di chi il territorio lo
abita realmente. Una spietata lucidità che trova nella bocciatura delle cd
“opere compensative” una ulteriore conferma: le opere compensative, per quanto
insignificanti, avrebbero potuto rappresentare un ostacolo alle operazioni
adesso spacciate come “fase esecutiva” (gli espropri, le cantierizzazioni, il
movimento terra) di un progetto che è sempre e solo definitivo. E così
all’inevitabile interruzione di una finta fase esecutiva dovrà corrispondere un
vero risarcimento da parte della collettività. E poi, data la crisi del regime
berlusconiano, bisogna fare in fretta: arrivare il prima possibile ad uno
“stato di avanzamento lavori” così imponente
da giustificare un adeguato indennizzo per il loro arresto. Più volte,
come Rete No Ponte, abbiamo indicato nel progetto del Ponte sullo stretto molto
di più che un semplice (ed indecente) manufatto di cemento. Più in generale,
dentro le “mega-opere” vive un preciso progetto di società “totalmente privata”
in cui strategie aziendali e corruzione viaggiano vicine, con quest’ultima
derubricata a mera “via più semplice” verso risultati economici sempre più
interessanti. Le risorse pubbliche sono intercettate dalle lobby
politico-imprenditoriali per mezzo dei grandi appalti pubblici (circa 5 mld di
euro l’anno per le grandi opere). Il Ponte sullo stretto è l’emblema di un
progetto sociale neoautoritario, dove non c’è spazio per interessi generali,
diritti sociali, beni comuni: poco importa che il 75% del patrimonio abitativo
della città non sia a norma con le prescrizioni antisismiche, che il
collegamento ferroviario col capoluogo risalga al 1929, che gli asili nido
comunali mettano in lista di attesa l’80% bambini che dovrebbero ospitare, che
la rete idrica e quella fognaria siano ridotte ad un insicuro e costoso
colabrodo. Nella città del “liberalismo attivo” le risorse delle politiche
sociali sono spostate per il sostegno alle attività finanziarie ed ad opere di
prestigio (l’Ottava Meraviglia del mondo, gli alberghi per i turisti accorsi
apposta per osservare il Ponte…) anche se privi di utilità sociale. Questa è
l’idea di città che – nel 2011 – ci offrono i neoliberisti oggi: una vita
urbana sempre più carente di servizi per tutti, di luoghi collettivi
accessibili da parte di tutti, una condizione lavorativa sempre più precarizzata,
una progressiva privatizzazione di beni essenziali come l’acqua, la salute, la
formazione.
Alla città privatizzata e neoliberista vogliamo opporre l’idea di una
città come bene comune, affermando, innanzitutto che la città non è una merce,
non è qualcosa che si può distruggere per formarne un'altra che ha un valore
economico maggiore. La nostra idea di città non è qualcosa priva di valore in
sé o solo per ciò che può aggiungere alla ricchezza di un privato. Al
contrario, la città è un bene nella misura in cui aiuta a soddisfare bisogni
radicali: da quelli elementari a quelli della conoscenza, a quelli
dell’affettività. Una città è un bene con una identità, che può essere
utilizzato senza essere cancellato, alienato, senza essere logorato o
distrutto. E comune vuol dire che appartiene a più persone, che riesce a
soddisfare esigenze e bisogni che i singoli non possono soddisfare senza unirsi
agli altri e senza condividere un progetto e una gestione collettiva.
Appartenere ad una città “bene comune” significa sentirsi responsabili di
quanto vi accade: lottare contro le ingiustizie sociali, il razzismo, la
sopraffazione. Lottare contro il Ponte – contro una vergognosa sottrazione di
imponenti risorse pubbliche ad un territorio martoriato come questo – significa
riaprire un percorso fatto di pratiche di democrazia partecipata, di conflitti
e di un nuovo processo di emancipazione collettiva da questa “nuova preistoria”
in cui siamo precipitati, in cui si offre come presunta modernità una montagna
di calcestruzzo invece che scuole, case sicure ed ospedali funzionanti.
Impedire ogni passo avanti del progetto del ponte significa anche denunciare
tutte le manipolazioni che stanno dietro ogni speculazione, a cominciare dalla
presunta scarsità di risorse. Come si è visto i soldi ci sono. Si tratta solo
di restituirli al loro legittimo proprietario: la collettività.
RETE NO PONTE – Comunità dello Stretto

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