di Anna Giordano
Un sorriso, poi un altro, slogan
e bandiere nel contorno di una Cannitello colorata e battagliera, ed ancora un
sorriso: radioso, gioioso, di quella donna che sembra portarsi il mondo dietro
nella sua semplice e serena camminata contro il ponte.
E’ così che ho conosciuto Elena
De Luca, la persona che gli amici dicevano che mi avrebbero presentato al più
presto perché certi che ci saremmo piaciute. Lo dissero anche a lei, ma nessuno
poteva sapere che avremmo fatto da sole, semplicemente con i sorrisi che senza
parole né premesse, ci scambiavamo ormai da ore, marciando contro il maledetto
ponte.
“Elena, piacere, Anna”. Tutto
qui, e da queste poche parole nacque questa breve amicizia che non è finita ieri,
quando ha smesso di soffrire per l’ennesimo male incurabile che affligge
l’umanità.
Quando se n’è andata, quando
siamo rimasti soli in quella stanza ai piedi dell’Etna, l’ho sentita che andava
serena sul vulcano amico, quello stesso vulcano che l’aveva ammaliata nel
tempo, e che le aveva fatto lasciare Cannitello e quello splendido scorcio
sullo Stretto di Messina che ci ostinavamo a difendere dal mostro del ponte.
Le dicevo che aveva un coraggio
senza limiti. Un cuore incommensurabile. Aperto al mondo, all’ignoto, ai
deboli, delicato anche verso chi faceva cattiverie. Dolcezza e fermezza,
indignazione e speranza, lucidità e
intelligenza, amore e solitudine. Abbracci carezze sorrisi e baci, di un
amore per la vita come pochi.
Il suolo dei Monti Nebrodi, le
acque in quota, e lei, l’Etna, che sembrava scrutarla e chiamarla. Un vulcano
che chiamava a sé l’Elena vulcanica che creava e sognava e realizzava, senza
sosta, esplosiva, come un vulcano, fertile di idee e amore, come un vulcano.
Sorridente. Felice.
Quel tramonto con l’ombra del
vulcano che si stagliava sull’amata Calabria, quella piramide gigantesca priva
di ostacoli umani su un mare che sembrava solitario, senza di noi, senza tracce
del nostro quotidiano inquinare. La volpe non si mosse quando arrivammo
all’inizio del sentiero, ci guardava, ed Elena le diede il suo panino,
incantata.
Ho sempre sperato nel miracolo.
La vedevo combattere un’altra battaglia, la più dura. Un nemico mortale, ancora
più illogico di chi vorrebbe fare il ponte, un nemico che non sceglie con
attenzione chi colpire, ma prende a caso anche chi ha fatto della sua breve
vita, un regalo quotidiano agli altri, donando gioia e amore, dolcezza e
serenità.
Rivedo le foto di quei momenti
rubati al resto del mondo, passo dopo passo, freddo e silenzio, risate e
racconti, commenti e vedute sempre uniche, con Bello, lo splendido cane salvato
dal terrore e dalla fame sulla spiaggia di Cannitello, che la segue ammaliato.
Amore puro. Reciproco.
Creare, regalare, ed ancora
creare. Pensieri e deduzioni, momenti di serenità, confronto, anche emotivo.
Nel calore di ogni casa che ha voluto fare sua, nella dimora ai piedi del
vulcano da dove vedeva la sua furia esplodere, ammaliata dalla sua potenza che
per lei era vita, non distruzione.
Lei era lì, ma stava già andando
via, libera finalmente dal dolore e dalle rassicurazioni che tutto sarebbe
andato bene. Ci abbiamo creduto, nonostante tutto, a dispetto dei limiti che
ancora ha questa umanità che pure continua a sfidare leggi di natura imponderabili,
lasciando che una malattia porti via chi doveva ancora donarci la sua infinita
bellezza per un tempo infinito, che non è più.
Elena è lì che finalmente scruta
dentro il vulcano amico. E vola, vola fino a Dinnammare cercando i falchi che
veniva ad aspettare insieme a noi, la cima sul mondo dello Stretto di Messina
che amava e che voleva difendere dall’ingordigia disumana.
Ci mancherai maledettamente
Elena, anche se sono certa che sei ancora con noi a lottare, e a farci capire
che, nonostante tutto, vivere e continuare a lottare e a crederci anche sorridendo e aprendo il
cuore, è il modo più bello per ricordarti a chi non ha avuto la fortuna di
conoscere il tuo sorriso, di abbracciare il tuo corpo, di ascoltare i tuoi
pensieri. Di assorbire il tuo amore per la vita.
Ci mancherai maledettamente, ma
in ogni volo di falco, nel salto del delfino, nel precipitare delle stelle nel
cielo infinito come quella notte sull’Aspromonte delle quote più alte, ti vedrò
e lotterò anche per te, finchè avrò vita.

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