Cosa fanno quei ragazzi in cima al Rettorato? Cosa spinge quei giovani corpi a scagliarsi a mani nude contro scudi e manganelli violenti quanto disperati? Difendono la società. Difendono noi tutti. Provano, forti della loro immensa fragilità, a mettere un argine al disfacimento di una comunità che dismettendo la conoscenza e la cultura si destina all’insignificanza.
In cima ai tetti o in strada, davanti a plotoni schierati, difendono il bene comune dell’istruzione e della ricerca libera, rivendicano, per tutti, il diritto a partecipare del sapere, prevedono, ancora, nonostante tutto, la possibilità di un futuro.
La politica può capirlo? No, non lo può capire. E’ troppo impegnata a definire gli equilibri interni ad un campo di forze chiuso quanto inutile. Preoccupata solo di dare ancora un giorno alla propria sopravvivenza. Incapace di progettare qualcosa perché ignorante. Interessata a produrre un’ignoranza sociale adeguata alla propria.
Noi siamo dalla parte di quei ricercatori, di quegli studenti, di quei precari. Quelli della scuola, ad esempio, con i quali abbiamo occupato gli imbarcaderi e i binari. Anzi, noi siamo quella parte. Siamo la parte dei beni comuni. L’acqua, l’aria, la conoscenza, gli affetti, il paesaggio, la comunicazione, l’abitare, il viaggiare, ciò che rende produttiva la società è sotto attacco di mercificazione, di sottomissione (estrema e disperata) per garantire ancora per un po’ l’arricchimento di pochi e i privilegi delle cricche e delle caste.
Le lotte in difesa dell’acqua pubblica, in difesa del territorio, dell’istruzione pubblica, dei trasporti pubblici, per il diritto a migrare e costruirsi un futuro migliore stanno evidenziando un nuovo protagonismo sociale, un soggetto nuovo capace di produrre una politica nuova. Un soggetto indisponibile.
Rete No Ponte

Carissimi,
RispondiEliminasono un ricercatore, e partecipo alla protesta di questi giorni. Desidero ringraziarvi per averci capito: noi non siamo sui tetti per difendere i nostri pohi privilegi, o per chiedere più denaro o una posizione di carriera migliore. Anzi, queste cose ci sono state offerte e le stiamo rifiutando.
Siamo lassù, a provare ad immaginare un futuro, a provare a far capire che l'Italia può essere ancora un bel Paese. E sogniamo un'Italia in cui la cultura, la conoscenza, l'Università, la scienza e l'arte siano valorizzate, siano sostenute come bene di tutti. Dovrebbe essere naturale: in fondo, sono tutte cose che hanno inventato gli italiani...
Ecco, ci piacerebbe un Paese in cui qualcuno possa ancora inventare cose come queste, e non essere additato come un fannullone, un ignorante, un perdigiorno, un parassita o un privilegiato.
Grazie per averci capito e per provare a spiegarlo, forse meglio di quello che noi riusciamo a fare.
Marco Benini
Università degli Studi dell'Insubria