Nell’ultimo Congresso Nazionale, svoltosi a L’Aquila, della Fillea-Cgil (l’organizzazione di categoria degli edili) l’allora segretario Nazionale della Cgil Guglielmo Epifani prendeva posizione contro la costruzione del Ponte sullo Stretto e chiedeva che i soldi destinati alla mega-opera venissero utilizzati per la ricostruzione dell’Aquila. La posizione di Epifani appariva coerente con la svolta no-pontista della Cgil, salvo non coincidere con quella del movimento no ponte che ha sempre chiesto che quelle risorse fossero utilizzate per infrastrutture utili alle regioni meridionali.
Qualche giorno fa il segretario generale della Fillea-Cgil di Messina, attraverso un documento inviato agli organi d’informazione, lamentava il rischio che i lavoratori messinesi restassero tagliati fuori dai lavori del Ponte a causa della mancanza delle figure professionali previste nel progetto definitivo presentato dal General Contractor Eurolink. A tal fine chiedeva la convocazione delle parti sociali e l’avvio di corsi di formazione, tramite la Cassa Edile provinciale (ente paritetico fra sindacati e datori di lavoro), al fine di adeguare la manodopera locale alle necessità al momento dell’avvio dei cantieri.
Le due posizioni assunte dalla Cgil (quella di L’Aquila e quella di Messina) sono in evidente contraddizione. Eppure la crisi in cui versa l’area dello Stretto è tanto profonda da necessitare maggiore capacità nell’individuare prospettive innovative per la riqualificazione del territorio e per lo sviluppo occupazionale dell’area (si pensi, ad esempio, a una seria battaglia per la messa in sicurezza sismica e idrogeologica del territorio).
Sembra, invece, che la Fillea-Cgil si accodi al lungo corteo di chi si accontenta di qualche briciola che possa cadere dalla tavola imbandita alla quale siedono i grossi contractor e gli studi di progettazione che davvero traggono vantaggio dall’iter del Ponte. Magari accontentandosi di qualche corso di formazione.
Luigi Sturniolo

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